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SU DI NOI

L’ONG Bocatas nacque 18 anni fa nei tunnel di Azca, vicino al Santiago Bernabeu, per iniziativa di tre amici che cominciarono con la distribuzione di panini e vestiti a indigenti e tossicodipendenti. Oggi, il progetto continua nella Cañada Real, dove il bisogno permane.

Si distribuisce cibo e qualcosa di caldo ai tossicodipendenti della baraccopoli

Come ogni venerdì, i membri di Bocatas si trovano intorno alle 20:30 nella parrocchia di San Tommaso Apostolo. L’atmosfera è accogliente; fra scherzi e dialoghi si stanno preparando per andare verso Valdemingómez, luogo dove da anni vengono distribuiti cibo, vestiti e compagnia. Tutto iniziò quasi due decenni fa, quando tre amici dell’università hanno cominciato a distribuire cibo nella zona dello stadio Santiago Bernabeu. Le zuppe gliele preparavano le loro madri, il pane era del panificio del quartiere e un amico che aveva un supermercato dava gli affettati. A seconda che continuavano il loro operato, questo gruppo di giovani ha visto aumentare il numero dei suoi membri e sì trasferisce alla baraccopoli de Las Barranquillas. Poco dopo, hanno cominciato a ottenere cibo dal Banco Alimentare e grazie ad una piccola vincita alla lotteria cambiato il furgoncino che avevano con uno più grande, come ad assecondare la nuova traiettoria. E la storia continua: dopo diversi anni passati ad aiutare la gente della baraccopoli madrilena, i giovani si rimettono al volante del loro furgone per spostarsi dove operano oggigiorno: alla Cañada Real, Valdemingómez. Quando arrivi, il luogo ti impatta, soprattutto se ha piovuto. Il fango, le pozzanghere e il freddo si aggiungono al buio della notte. L’asfalto lascia il posto a strade sterrate e i lampioni per illuminare sono sostituiti dai falò, in un luogo dove l’illuminazione pubblica non arriva. La distribuzione avviene all’ingresso della baraccopoli, lontano dal gruppo di case, ma abbastanza vicino affinché le persone, che loro assistono, arrivino a piedi. Vicino al furgone usato per portare gli alimenti montano un tavolo. Per attenuare il disturbo della pioggia viene montata una tenda. Un paio di pallet di legno servono per fare un falò che dà luce e calore: gli ingredienti basici per creare un luogo di incontro dove iniziare una conversazione. Un leggero odore di fumo proveniente dal fuoco permea il luogo, mescolandosi con quello del cibo che i volontari preparato su di un piccolo fuoco da campeggio. Rapidamente cominciano ad arrivare i tossicodipendenti alla ricerca di riso, farina, uova e alcuni vestiti. La distribuzione è continua ed è condotta in una fila ordinata. L’apprezzamento di coloro che ricevono aiuti è evidente in un clima senza pregiudizio dove chiunque abbia bisogno di aiuto è il benvenuto. Spesso alcuni drogati si sorprendono che venga dato loro qualcosa senza aspettarsi nulla a cambio, e l’assenza di interessi materiali e l’affetto permeano il clima trasformando quello che è un paesaggio arido in un bel posto che funge da riparo, e, talvolta, anche diventa una fortezza dove asserragliarsi per uscire dalla dipendenza.

“Sono tornato a gustare nella vita dopo 10 anni nel tunnel della droga”

L’umanità e l’empatia con coloro che soffrono a causa della loro dipendenza dalla droga sono subito evidenti. Lo scopo è quello di creare, attraverso la compagnia e il dialogo, un’amicizia che aiuti a colmare il vuoto che queste sostanze arrivano a generano. Di fatto, nei 6 anni della presenza di Bocatas alla Cañada, vari sono riusciti ad uscire dalla droga, grazie anche all’aiuto e sostegno dell’organizzazione. Uno di questi è Jesús Granados –conosciuto come Sandokan– che è riuscito a reinserirsi per completo nella società. “Grazie a Bocatas sono tornato a gustare la vita, ho ripreso a a vivere di nuovo”. Dopo 10 anni da tossicodipendente è riuscito ad abbandonarla e a ripartire da zero. Oggi lavora in uno studio legale e collabora attivamente con l’ONG che tanto lo ha aiutato. “E ‘molto importante la compagnia, più che il cibo, perché ti fa sentire una persona. Riescono in questo perché vanno oltre al solo fatto di donare del cibo o dei vestiti: cercano un legame di amicizia, senza chiedere nulla in cambio, e questa generosità è contagiosa”. Tuttavia, lo scopo di Bocatas non è reintegrare i tossicodipendenti –come dicono gli stessi volontari– è un miracolo. L’obiettivo è di fare tutto il possibile per far fronte alla situazione traumatica in cui si trovano. Nelle parole di Sandokan, “È molto difficile uscire dalla droga, perché per riuscirci bisogna toccare il fondo, ed è molto difficile rialzarsi. La cosa più importante è abbandonare il pessimismo, afferrarti ai tuoi amici e alle persone che ti vogliono bene e riempire con attività sane il vuoto che da la droga. In questo, Bocatas aiuta molto. Quando la società vede che ne vuoi uscire, ti aiuterà”. D’altro lato, in molti casi l’esperienza di andare ogni venerdì per collaborare nella distribuzione del cibo e dei vestiti diventa parte integrante della vita dei volontari, e incontrano in questo compito una necessità. Come racconta Jesús –soprannominato Chules-, uno dei fondatori, “È una terapia per sé stessi, perché ti aiuta a relativizzare i problemi e vedi le preoccupazioni di tutti i giorni come qualcosa di banale, perché ti rendi conto che in realtà hai tutto”. Ci spiega che tutte le attività svolte sono fatte senza sovvenzioni o finanziamenti: “Il principio di base è quello di educare alla gratuità, che è una meravigliosa esperienza”. In conclusione, l’attività non è tanto il cibo, ma di stabilire un vincolo di amicizia con chi appartiene ad una cerchia sociale isolato. Il progetto non mira a sradicare la droga, ha la pretesa di essere un granello di sabbia e cercare di ascoltare le persone che si incontrano in situazioni destrutturate. Come la storia del piccolo colibrì, che mentre elefanti e rinoceronti fuggivano dalla giungla in fiamme, va al fiume e raccoglie una goccia d’acqua con il suo becco; quando gli viene chiesto se aveva intenzione di spegnere l’incendio con quella goccia risponde “Farò la mia parte”.  

Javier Cabedo Figueredo / @javicabedo
10 gennaio 2014

Avvicinarsi alla Cañada Real Galiana significa affacciarsi alla penombra più oscura dell’essere umano. E’ possibile conservare la speranza, l’ottimismo o la fede dopo aver contemplato una fiumana così grande di sofferenza che scorre senza sosta tra fuochi, montagne di spazzatura e figure spettrali, che non hanno altro orizzonte che una nuova dose per placare l’insonnia, l’ansia, i pianti, le nausee, il vomito e i dolori muscolari?

Le Cañadas Reales antichi sentieri usati per lo spostamento del bestiame. Anche se la legge vieta di costruire lungo il suo percorso, pastori e gli agricoltori erano autorizzati a coltivare orti e a costruirvi piccoli edifici dove mettere i loro attrezzi agricoli o per farvi una sosta durante gli spostamenti. Oggi non rimane nulla di quello stile di vita lungo la Cañada Real Galiana. Invece, più di ottomila persone vivono fra baracche, alberi bruciacchiati, detriti e ville di lusso,  che si estendono per quindici chilometri. Suddivisa in settori, il sei è il più grande e popoloso. Inizia dall’autostrada A-3 e termina nella città di Getafe. Per un tratto di circa quaranta lotti, si erge il più grande ipermercato della droga in Europa. Conosciuto come Valdemingómez, confina con l’inceneritore e la Parrocchia di Santo Domingo de la Calzada. A meno di un chilometro di distanza si trova El Gallinero, un insediamento di rumeni di etnia gitana.

¿En qué consistía la vida? ¿Cómo descubrir de nuevo el presente? ¿Quedaban todavía lugares donde recuperar la frescura? ¿Era posible una mirada nueva? Y, ¿de donde venía?

Hasta hace una semana, sólo conocía ese paisaje por los reportajes televisivos. El joven sacerdote de mi pueblo me habló de la asociación Bocatas, una iniciativa solidaria que surgió en los bajos de Azca en 1996. Tres amigos –Jesús, Nacho y Jorge- decidieron espontáneamente ayudar a las personas más vulnerables de su barrio, una zona acomodada que también sirve de cobijo a vidas rotas por el alcohol, las drogas, la enfermedad mental o la pobreza. No me agrada el término “mendigo”. Prefiero hablar de transeúntes o sin techo. Transeúntes y sin techo fueron los padres de Cristo. Su situación de precariedad y desamparo no les restó un ápice de dignidad. En todo caso, evidenció la dureza de corazón de una sociedad que mira hacia otro lado, cuando la injusticia y el sufrimiento perturban su plácida rutina. Jesús, Nacho y Jorge son de otra manera. Por eso, se lanzaron a la calle con bocadillos y bebidas. Sabían que no iban a cambiar el mundo. Sólo deseaban apaciguar las heridas físicas y psíquicas, con algo de comida y unas palabras de afecto. Vivir en la calle suele acarrear una dolorosa pérdida de autoestima. Muchos transeúntes esconden su rostro detrás de los cartones que les protegen del frío. Se avergüenzan de su situación y piensan que no merecen ser amados ni respetados. Jesús, Nacho y Jorge entendieron que su misión eran hacerles sentir lo contrario. Que merecían respeto y cariño, que no eran material desechable, que su infortunio muchas veces era el pecado de todos, que el sentido de la vida humana es la fraternidad, el encuentro, el cuidado del otro, particularmente cuando ya no espera nada.

El número de amigos fue creciendo y la iniciativa cambió de escenario. Primero, se desplazó  a Las Barranquillas y, más tarde, a la Cañada Real Galiana. Hoy en día, los amigos ya no son tres, sino cerca de un centenar y se reúnen todos los viernes. Aunque su actividad solidaria se identifica con el nombre de Bocatas, no se consideran voluntarios, sino seres humanos que han adoptado una manera de vivir, guiados por un sincero afán caritativo. Se relaciona la caridad con la autocomplaciente limosna, olvidando que “caritas” significa amor, entrega, aceptación incondicional del otro. Los amigos deBocatas, donde ya hay personas de todas las edades y estratos sociales, han escogido como lema “Pasión por el hombre”. Es una expresión que refleja perfectamente su intención de acercarse a los demás sin juzgarles ni condenarles, sino amándoles de una forma integral, incluso cuando se manifiesta lo peor del ser humano. En la página web de Bocatas, se incluye una cita de Aldous Huxley: “Pero yo no quiero confort. Yo quiero a Dios, quiero la poesía, quiero el verdadero peligro, quiero la libertad, quiero la bondad, quiero el pecado”. Es un fragmento de la conversación entre el Salvaje y Mustafá Mond en las últimas páginas de Un mundo feliz. Aunque la novela se publicó en 1932, la amenaza de los totalitarismos ya se perfilaba como algo inminente e inevitable. Imagino que han elegido este pasaje porque no se puede sentir pasión por el hombre y no aceptar los riesgos de la libertad.

Pasé un par de horas en la carpa que levantan los amigos de Bocatas. Contemplar los estragos de las drogas en hombres y mujeres prematuramente envejecidos, con la mirada perdida y la mente ofuscada, me sobrecogió. Nadie merece sufrir de esa manera. La mayoría de los toxicómanos rehúye hablar. Se limitan a recoger la ropa, la bebida y la comida, y se escabullen en la oscuridad. Sólo unos pocos rompen ese automatismo. Jesús, alias “Sando”, lleva siete años desenganchado. Vivió mucho tiempo en una tienda de campaña, sin otra preocupación que pillar, ponerse y dormitar. Ahora acude todos los viernes a la “mesa compartida” de Bocatas. Cercano, amable y comunicativo, su sonrisa es contagiosa y esperanzadora. Algo semejante puede decirse de Joaquín, uno de los bocateros. La mala suerte se ha ensañado con él. Ha sufrido dos accidentes muy graves, que le han dejado importantes secuelas físicas, pero desborda humor y entusiasmo. Si nota que estás afligido por algún motivo, te pide permiso para darte un abrazo.

En 1944, Dámaso Alonso publicó Hijos de la ira, que incluía el célebre poema “Insomnio”, según el cual “Madrid es una ciudad de más de un millón de cadáveres”. Ahora somos muchos más, pero las almas se siguen pudriendo lentamente, como en el poema de Dámaso. Sin embargo, yo no advertí esa podredumbre en la Cañada Real Galiana. Agrupados alrededor de la alta y sencilla cruz de la Parroquia de Santo Domingo de la Calzada, sentí que la vida fluía suavemente, circulando de mano en mano con la ternura de un sencillo trozo de pan.

Fuente: Rafael Narbona, publicado en El Imparcial (30-01-2016).

Sono 15 anni che Nacho Rodriguez distribuisce panini ai tossicodipendenti nelle baraccopoli di Madrid. Lo fa ogni venerdì, perché ritiene che sia una “bella” forma di volontariato. Insieme ad altri volontari della Associazione Bocatas ha trovato anche qualche buon amico. Drogati o no, condividono lo stesso obiettivo: la felicità.

Montando el chiringuito

Nachito (in primo piano) mentre, insieme al resto di Bocatas, montano su dei cavalletti il tavolo usato per la distribuzione degli alimenti.

Paella, stufati con fagioli o lenticchie, torte e soprattutto panini. Da qui viene il nome dell’Associazione Bocatas di Madrid, (bocatas in spagnolo significa appunto panini, n.d.t.), formata 15 anni fa quando un piccolo gruppo di amici decise di attraversare il confine che portava ad “un altro mondo”. In quegli anni la baraccopoli di Las Barranquillas era la capitale del paese dei morti viventi, una zona periferica con un flusso continuo di quelle persone che il resto della società non vedevano come tali. La droga aveva fatto uscire occhiaie sui loro volti, rese callose le loro mani e aveva cancellato quello che erano delle vita normali nel mondo degli altri.

Quindici anni fa Nacho Rodriguez aveva sperimentato i “benefici” di aiutare gli altri, quando il parroco di San Jorge, una parrocchia vicino allo stadio Bernabeu di Madrid, invitò i parrocchiani più giovani a portare alimenti ai mendicanti e agli alcolizzati del quartiere. Presto pensarono che quei panini, le zuppe e i caffè i con i quali sua madre riempiva i thermos potrebbero essere ben accolti anche un po’ più in là della Castellana (una delle vie strade di Madrid, n.d.t.), proprio a Las Barranquillas. Ma anche perché nella solidarietà c’è un pizzico di egoismo, come ci dice Nachito: “Nella gratuità, chi per primo ne beneficia, è se stessi. Non sto dicendo che bisogna fare le cose per egoismo, ma è anche certo che se uno non torna a casa felice è assurdo ripetere. In realtà è bene fare queste cose perché si potrebbe essere più felice di fare. Più uno è più felice, naturalmente continuare a farlo”.

E così è iniziato. “Non abbiamo mai avuto l’intenzione di risolvergli il problema della droga. Andiamo tre ore il venerdì ed è molto difficile ottenere grandi risultati. Ma c’è una cosa fondamentale. È facile uscire dalla droga: vai per 15 giorni in un ospedale dove ti curano per l’astinenza e poi ti metti in un centro. Il problema non è lasciarla, il problema non è non tornarci. Perché, dopo che uno l’ha lasciata, smette di curarsi e dopo tre mesi che succede? Che gli manca la droga ed fondamentale essere ben accompagnato. Se uno non lo è, torna a ricaderci perché è tutto quello che hai. Dopo 15 anni in Bocatas abbiamo visto qualche miracolo: persone che erano a Las Barranquillas che hanno lasciato la droga perché, attraverso la compagnia che gli abbiamo dato, hanno cominciato a cambiare e a vivere di nuovo. È veramente un miracolo”, sostiene questo madrileno di 36 anni che insegna biologia a ragazzi delle scuole superiori.

Questo insegnante e i sui compagni di Bocatas hanno un appuntamento ogni venerdì. Oggi con il supporto di più persone che forniscono loro cibo caldo oltre ad altri enti come il Banco Alimentare e Coca-Cola. Quando la baraccopoli di Las Barranquillas non fu più il supermercato della droga della capitale si è dovuto spostare il progetto alla Cañada Real Galiana. Qui arriva ogni settimana con trenta persone al solo scopo di distribuire cibo e compagnia. Di solito fra le 8:30 e le 11.30 di sera. “È una cosa molto semplice”, dal punto di vista di Nachito.

Bella relazione

La relazione con i tossicodipendenti è “molto bella, perché sono molto riconoscenti. La relazione è semplice, dato che quello che cercano non è solo mangiare e bere ma la compagnia di gente normale con la quale parlare. Così ti raccontano le loro vite e le loro avventure. Di solito sono molto cordiali”. “A volte, invece” dice questo volontario, senza darne troppa importanza, la sua opera va al di là di questo mondo di zombie delle baraccopoli e trascende dal venerdì: “Cominciano relazioni che vanno oltre. Se lasciano la droga, com’è successo, si stabilisce un rapporto più intimo e più profondo. Con tre o quattro di loro c’è una amicizia molto bella”.

Questa forse è la “droga” che ha agganciato questo gruppo di volontari che ogni venerdì distribuiscono circa 80 pasti a la Cañada. È possibile che, in coincidenza con la pausa settimanale dal lavoro, sono state rimosse quelle frontiere che la società impone tra persone di prima, seconda o quinta classe. Può essere che, al contrario, si dia il caso che i volontari siano i pochi cittadini che vedono la realtà con occhi liberi da quel narcotico che è l’egoismo. Per Nachito sembra essere chiaro: “È importante che ci sia questa parte della società, i volontari. Se si lascia che solo lo Stato si tratterebbe solamente di un lavoro retribuito da una persona che nella vita fa tutt’altro. Quando però il volontario entra in gioco, entra in campo un’altra parola, gratuità, e alla fine le relazioni gratuite sono le più importanti, perché uno da senza aspettarsi nulla in cambio”.

general (3)

Molti tossicodipendenti ti raccontano la loro storia, i loro problemi e preoccupazioni. A volte è solo bisogno di qualcuno con cui parlare, un po’ di compagnia, un po’ di speranza.

Nonostante, c’è sempre una ricompensa. “Fare del bene agli altri sorge in modo spontaneo. È quando non vi è una ragione di fondo che esso non si mantiene nel tempo”, dice il veterano di Bocatas abituato ad interagire con quelle persone “che nessuno vuole”, e che si emoziona ricordando gli innumerevoli aneddoti che ha vissuto.

Nacho ci racconta di alcune eccezioni come “momenti violenti e di tensione”, come quando un tossicodipendente era “molto nervoso”. Aveva cercato di rubare una delle auto dei volontari. Glielo fecero presente e “fece l’offeso” brandendo un “cacciavite”. Lo racconta come colui che non vuole la cosa.

“Ma una volta abbiamo fatto loro uno scherzo, mettendo il cibo piccante, si tratta di un rapporto molto sano e ci facciamo anche delle risate”, aggiungendo salsa la sua testimonianza con un scherzo: “Quando c’era un nuovo volontario fra noi impegnato nella distribuzione del cibo, dicevamo a un nostro amico drogato di mettergli paura. E l’altro se lo portava in un angolo…”.

Insomma, conclude Nacho “quello che fondamentalmente arrivi a scoprire è che la loro necessità è molto simile al tua di necessità. Devono mangiare, e siamo contenti che abbiano questo bisogno, ma in fondo quello che cercano lo stesso che noi cerchiamo: essere felici”. Lo testimonia un volontario che ogni venerdì distribuisce panini e dialogo ai confini della grande città.

Fonte: ONCE
Almudena Hernández
2011

“Cristo e il divino sono cento volte più potenti e attraenti rispetto alla droga”, dicono i giovani di “Bocatas”

La baraccopoli di Valdemingómez, nella Cañada Real Galiana, è diventata il maggior “supermercato” della droga in Europa

Non è stato Papa Bergoglio che ha risvegliato in loro la sensibilità per il sociale, è stato un uomo del loro fusto, “un sacerdote molto attento verso i poveri”, Jesús de Alba, “Chules”, e Ignacio Rodríguez, “Nachito”, dei due promotori di questa iniziativa per la quale cominciarono con il portare “panini” (bocatas in spagnolo, n.d.t.) ai senzatetto dei tunnel sotto la Castellana e ora sono passati al “supermercato” della droga di Madrid, La Cañada Real, dove alcuni hanno visto cadaveri mangiati dai topi.

Entrambi criticano la legalizzazione delle droghe fatta in Paraguay, e ci raccontano questo lungo percorso fatto di sorprese, paure, amicizia e grazia, “perché senza la possibilità dell’incontro con il divino, l’uomo rimane con l’impressione che questo mondo possa essere come recitava Shakespeare: “un racconto narrato da un idiota”.

Come e perché è nato Bocatas?

Non cominciò come un progetto, ma quasi per caso dopo l’arrivo nella nostra parrocchia di un sacerdote molto attento ai poveri, il quale ha cominciato a portagli dei panini. Quando, dopo due anni, se ne andò, in tre abbiamo cominciato a fare lo stesso tutti i venerdì in una zona di Madrid. Pensandolo ora è certo che Dio ci ha benedetti e ha fatto fiorire un opera cristiana da zero.

Così facciamo ogni venerdì sera da 18 anni a questa parte ed è stato una grande ricchezza per il nostro gruppo di amici. Abbiamo incontrato centinaia di persone, senza contare i nostri grandi amici usciti dai bassifondi della povertà di Madrid. La nostra vita si è arricchita con 10 di loro grazie a questo lavoro. Pertanto, invitiamo tutti a partecipare.

Voi fate 18 anni  quando la norma è che iniziative così smettano dopo un paio. Qual è il vostro segreto per essere così longevi, soprattutto quando si è tutti volontari?

Non smettiamo di sorprenderci per la freschezza che Bocatas continua ad avere. L’attrattivo continua a essere suscitato in tante persone. Non c’è dubbio che questa freschezza permane per aver mantenuto e continuato a usare lo stesso metodo originario: la sorpresa di una risposta al desiderio di felicità dell’uomo che esiste storicamente e carnalmente nella Chiesa. Dio arriva fino agli ultimi angoli della terra grazie a coloro che lo amano. Non abbiamo mai smesso di affidarci a questa misteriosa origine fonte di vita e allegria.

Il problema con questo tipo di lavoro è quando il focus si sposta da questa sorpresa dell’incontro con il divino a un’organizzazione. Da principio sembra che possa essere più determinante e incisivo sulla realtà, ma presto arrivano la fatica e la stanchezza frutto della profonda struttura del cuore dell’uomo, che è fatto per qualcosa di divino e non per un progetto meramente umano.

Perché vi occupate dei tossicodipendenti?

Per puro caso. Eravamo in una zona della città di Madrid con molte persone senza fissa dimora. Un giorno scomparvero tutti dopo che il Comune chiuse un sottopassaggio. Uno di noi vide in televisione che alla periferia di Madrid esisteva una baraccopoli chiamata Las Barranquillas che era il grande supermercato della droga. Così un venerdì andammo ad investigare. Andavamo come Ulisse e i suoi uomini alla ricerca delle Colonne d’Ercole. Curioso, più con paura che vergogna, ma certi dell’opportunità che avrebbe potuto essere.

Quando siamo arrivati, siamo rimasti in silenzio e pieni di paura, vedendo con pena quel grande spettacolo che era la fila di povere persone straziate che camminano in fretta per andare a prendere la loro dose. Siamo arrivati ​​alla periferia del villaggio. Alcuni di noi si chiesero: “Cosa facciamo adesso?” e dissi: “Dammi un panino” E lo abbiamo dato a un tossicodipendente che passava di lì. La voce si sparse rapidamente e così fino ad oggi (attualmente, si va alla Cañada Real).

 

I tossicodipendenti sono gli emarginati fra gli emarginati, la feccia della società

Nonostante non abbiate aperto comunità terapeutiche, ad oggi alcuni drogati sono in un periodo di disintossicazione e vengono con voi quotidianamente. Chiedete loro di osservare qualche regola?

Nessuno di noi lavora come esperto nel mondo della droga, abbiamo preso seriamente solo l’ipotesi cristiana: Cristo risponde al desiderio di felicità dell’uomo presente anche oggi attraverso coloro che lo amano, la sua Chiesa. Aver vissuto questo in modo semplice, senza nessuna pretesa sui drogati, mostrando loro  l’amicizia che noi abbiamo incontrato, uno dei regali più grandi della nostra vita.

Inoltre, non sono stupidi e il loro cuore è strutturalmente uguale al nostro per cui necessitano delle stesse risposte valide per noi. Attualmente ci accompagnano in sei e vediamo questo come frutto dalla grazia di Dio. La nostra sorpresa è vedere che Cristo e il divino è cento volte più potente e attraente della droga. È forte da dire, ma è quello che vediamo con i nostri occhi.

L’unica regola, come nel Vangelo, è l’amicizia. Cristo scelse degli amici per manifestarsi al mondo, salvando tutta la loro libertà, consentendo loro di seguire un percorso e realizzare il loro vita. Qualunque altra pretesa o progetto è fare violenza all’uomo per cui viene ridotto, o a un poveretto incapace al quale dire quello che deve o non deve fare, a abbandonandolo al suo destino per non essere capace di inserirsi in un un progetto globale, quale la società di oggi è.

Nei vostri rapporti con loro, quali aree della loro psicologia non sono state intaccate dalla droga?

La grande risorsa dell’uomo è la sua struttura, come è fatto. Quello che la tradizione dell’Antico Testamento, dei Padri della Chiesa e della tradizione cristiana: il cuore. Lì è custodito, per il solo fatto di essere un uomo, il grande desiderio di felicità e realizzazione della vita. Anche nella peggiore inferno, compare sempre il desiderio di qualcosa di più grande che soddisfi. Rendersi conto di questo desiderio è già il preludio per l’incontro con Cristo mendicante del cuore dell’uomo.

In questo momento, che cosa avete imparato da loro?

Che, per essere un cristiano, riconoscere Cristo e seguirlo non è necessario nessuna condizione previa. Solo per essere uomini, ogni cellula ed atomo del nostro corpo reclamano questa la sete e il desiderio del Tutto. Dio opera e si serve della nostra carne, della nostra amicizia (comunione) per manifestarsi anche nel bel mezzo di inferno come è una baraccopoli dedita alla vendita della droga. Una delle cose più spettacolari è stata vedere come i tossicodipendenti si avvicinano riconoscenti al momento della recita dell’Angelus, e riconoscere che anche loro hanno questa esigenza di infinito, che è mille volte più potente della droga.

Recentemente l’uso di droga è stata legalizzata in Paraguay. Siete d’accordo con la legalizzazione e il consumo?

Non siamo d’accordo, anche per la cannabis. Abbiamo tanti amici che hanno sofferto molto perché usavano queste sostanze, resi schiavi fino a livelli che non ci si può immaginare. Non possiamo essere d’accordo per promuovere la coltivazione e il consumo. Piuttosto, siamo a favore della legalizzazione e promuovere la libertà religiosa in tutto il mondo, vertice della mancanza di libertà e di diritti, perché senza la possibilità di incontro con il divino, l’uomo è lasciato con l’impressione che questo mondo possa essere come recitava Shakespeare: “un racconto narrato da un idiota

 Vi sentite identificati con le parole del Papa Francisco per andare a prendere la gente a “periferie esistenziali”?

Siamo contentissimi con Papa Francesco. Senza dubbio ci sono molti buchi neri di emarginazione e violenza, e uno di loro è la baraccopoli dove si vende droga alle porte di Madrid. Qui la realtà supera la finzione: ho amici che hanno visto cadaveri divorati dai topi. Qualcuno si immagina che Dio possa farsi carne in un luogo così? Succede. E sono commosso solo a pensarci.

 Papa Francesco ha posto al centro del suo pontificato Cristo e l’immagine di Dio, l’uomo. Voi è da tempo che seguite questa traiettoria. Mentre si sta andando in quella linea. Cosa pensate del suo ministero così coinvolto con l’uomo sofferente in tutte le sue variabili?

È incredibile la semplicità e l’obiettività del metodo scelto da Dio per farsi presente e riconoscibile all’uomo di ogni tempo. Una amicizia, una comunione vissuta tra coloro che già gli appartengono e lo amano. La figura del Papa assicura, per il solo fatto di esistere, che questa presenza sia efficace e lo stessa in tutto il mondo: senza la Chiesa non ci potrebbe essere alcuna speranza in questo mondo. E non è uno slogan.

Fonte: Aleteia
Enrique Chuvieco
14 agosto 2013

L’arcivescovo di Madrid, monsignor Carlos Osoro, ha trascorso la notte di venerdì distribuendo panini ai tossicodipendenti di Cañada Real, alla periferia di Madrid, insieme ai membri della ONG Bocatas

Monsignor Osoro ha distribioto alimenti, ha accompagnato e parlato con i tossicodipendenti e gli zingari che, come ogni Venerdì, si avvicinano ai membri di Bocatas. «E ‘stato molto bello e Don Carlos era come uno di noi mentre parlava con loro. Lo abbiamo presentato ai nostri amici ed è stato molto vicino a tutti noi, come un padre, ringraziandoci per tutto quello che facciamo e incoraggiandoci a a continuare» dice Jesús de Alba, Chules, uno dei fondatori della Bocatas.

sando, vicario y copito

Sandokan, D. José Luis Segovia (Vicario di Pastorale Sociale) e D. Jorge “Copito” a Bocatas

L’arcivescovo di Madrid «ha mostrato grande paternità, il tutto senza la distanza che ci potrebbe essere legata al ruolo», e ha confessato che «anche lui ha avuto la possibilità di accompagnare le persone tossicodipendenti, ha aperto case per gli ex-carcerati perché avevano capito che le persone sono molto sole, non hanno nessuno che le accompagna quando riescono a uscire dal tunnel della droga e per questo molti ci ricascano. Senza compagnia, la gente ritorna al buco nero dal quale erano usciti», dice Chules. Questa uscita è sta possibile per l’iniziativa dello stesso Chules: «Gli ho inviato una lettera per invitarlo a venire con noi una notte, in modo che il nostro popolo potesse conoscere la realtà della Chiesa, che è prossima a loro e che può essere importante per la vostra vita come lo è per noi».

Così nacque la Chiesa

Bocatas è nata venti anni fa nei tunnel del centro commerciale della zona di Azca, allora una delle più difficili che c’erano a Madrid, quando tre amici hanno cominciato a distribuire cibo e abiti ai senzatetto e ai tossicodipendenti. Oggi, gli amici di Bocatas continuare a fare la stessa cosa ogni venerdì presso alla Cañada Real (trad. Sentiero Reale. Sono sentieri di proprietà della famiglia reale spagnola che attraversano la Spagna e che sono utilizzati per a transumanza del bestiame. Per legge, su questi terreni è proibito edificare. Qui si riferisce a una zona periferica di Madrid, collocata a sud est della città, appena al di fuori delle tangenziali di difficile accesso e dove si è sviluppato uno dei centri di spaccio più attivi di Madrid. n.d.t. ). «Diamo panini e cibo, ma diamo anche la nostra amicizia, perché le esigenze di queste persone non sono così tanto e unicamente materiali, ma di una relazione, una amicizia. In realtà, così è nata la Chiesa, Cristo iniziò come amico degli apostoli», riconosce Chules. Ad (11) Inoltre, questa amicizia «è un dono di Dio, perché facciamo questo ogni venerdì da venti anni a questa parte e, soprattutto, siamo aperti a chiunque voglia venire con noi, anche le persone con problemi nella loro vita personale che vogliono aiutare gli altri. In questi venti anni abbiamo visto come il Signore e la Chiesa guariscono la vita, non solo i tossicodipendenti, ma anche di molti amici con le loro crisi personali che ci hanno accompagnato». E lungi dal pensare ai risultati, Chules osserva che «ci muoviamo per amore, non per il risultato che possiamo ottenere. Abbiamo sempre avuto chiaro che i frutti sono sempre il Signore. Se abbiamo avuto la fortuna di vedere alcuni amici uscire dalla droga è perché Cristo c’è, ed i frutti sono tuoi».

Juan Luis Vázquez Díaz-Mayordomo
21 di settembre di 2015

L’associazione Bocatas avvia la Casa Abate Mena per tossicodipendenti

L’associazione Bocatas, che da 12 anni opera nella baraccopoli di Valdemingómez distribuendo panini e pasti caldi, sta muovendo i primi passi con il sostegno dell’Arcidiocesi di Madrid per avviare una casa di accoglienza per tossicodipendenti che vogliano disintossicarsi.

«Dopo circa 12 anni portando panini e piatti caldi alla baraccopoli di Valdemingómez, parlando con i tossicodipendenti e con tutti coloro che passavano i venerdì sera con noi, ci rendevamo conto che alcuni di loro cominciavano a lasciare la droga e avevano bisogno di una mano amica per aiutarli a riprendere la loro vita. ” Jesús de Alba è uno dei promotori e dei responsabili di Bocatas, un gruppo di amici che, 20 anni fa, cominciarono a distribuire panini ai più poveri. Più che di qualcosa da mangiare, avevABAD MENASano visto la necessità che questi avevano  di un amico con cui parlare. Nel mese di settembre, il gruppo di amici di Bocatas ha ricevuto la visita di Monsignor  Osorio, arcivescovo di Madrid. Durante la visita, Jesús ha avuto un colloquio con il vescovo, in cui si è parlato della possibilità di creare una casa per coloro che lasciano la droga ma che non hanno nessuno che li aiuti ad uscire dalla loro situazione, resa complicata dal fatto di essere stato un tossicodipendente. «É vero che la società ha sufficienti risorse affinché possano recuperare da una dipendenza fisica, ma c’è un grande vuoto dopo di questo, perché la gente si sente sola.  Va la città e si sente estremamente solo perché vive in un mondo ai margini. Noi offriamo un’amicizia e questo gli permette reinserirsi nella società», afferma l’organizzatore.

Senza fretta ma senza sosta

Il progetto della casa ha già mosso i primi passi, ma Jesús dice che non è qualcosa che deve essere fatto facendo affidamento solo sulle proprie forze, ma «se è opera di Dio, crescerà da sola, come Bocatas». Al momento, José Luis Segovia, vicario episcopale della Pastorale Sociale e Innovazione sta lavorando attivamente con loro nella ricerca di una sede dove cominciare. Inoltre, amici di Bocatas hanno già iniziato a lavorare come assistenti sociali, come volontari o facendo donazioni. Il nome che è stato scelto per questa casa è Casa Abad Mana che viene dal l’icona copta del VI secolo dove si raffigura l’Abate Mana con Cristo che lo abbraccia da dietro, simbolo dell’amicizia.

«Vuoi un panino?»

Bocatas nasce da un gruppo di tre amici di una parrocchia nel quartiere del Bernabeu. Ogni Venerdì portavano cibo ai poveri della zona e chiacchieravano con loro. Quando la loro opera in questo zona terminò, si spostarono nella baraccopoli di Barranquillas, oggi Valdemingómez, uno delle più grandi d’Europa, chiamata dai mass media anche come “il supermercato della droga”, dato l’alto numero  di tossicodipendenti che hanno vissuto e ci vivono. Già allora erano una ventina di volontari. Quando arrivarono il primo venerdì alla baraccopoli, il gruppo di amici si fermò all’entrata, rimanendo un po’ bloccati. «Che cosa facciamo?» Chiese uno di loro a Jesús. Questi, preso un panino la offrì a una persona che passava di lì. «Vuoi un panino?» gli chiese. «Sì», rispose l’altro. Jesús si presentò e gli disse che sarebbero venuti ogni venerdì sera. «Così è cominciato tutto e grazie al passaparola cominciò ad arrivare sempre più per un panino e per parlare con noi”, ci racconta De Alba.

Misteri inspiegabili

Nel corso di questi 20 anni, molte persone sono passate per Bocatas. Alcuni come volontari, altri come utenti, ma non vi è stato un venerdì in cui non abbiano distribuito panini a Valdemingómez. Che piova o che nevichi. «Misteriosamente, non ci siamo mai sentiti così stanchi da non andare ogni venerdì, abbiamo sempre mantenuto la freschezza come un gruppo di amici che vanno senza impegno e in modo gratuito. Facciamo tanto bene e ci fa sentire bene che credo che ci andremmo anche se non avessimo niente da distribuire è l’amicizia ciò che aiuta chi vive ai margini. Alla fine il problema che hanno non è tanto quello della droga, ma della solitudine che provano», dice il coordinatore. E ciò che loro contraccambiano rimane sorprendente. Jesús ricorda che sono passati per tutti i tipi di situazioni, dal drogato che cerca di ingannarli per soldi ma che poi nella sua tenda ascolta a Radio Maria la catechesi del Vescovo Munilla sul Catechismo della Chiesa, fino a quando un disertore della guerra russo-cecena che condivide le sue esperienze con un musulmano che aveva combattuto la stessa guerra, inviato dalla Jihad. «La mappa politica è presente anche nei più emarginati», dice Alba.

La più grande ricchezza

«Il più grande dono che Dio ci ha dato è aver permesso, a noi come gruppo di amici, di incontrare centinaia di persone attraverso Bocatas –dice Jesús–. Se qualcuno mi chiedesse qual è la mia ricchezza, direi che sono tutti gli amici ho grazie a Bocatas».

sando

Sando, ex-tossicodipendente, oggi con Bocatas

Jesús, per gli amici Sando, 48 anni, era un volto abituale a Las Barranquillas, il più grande supermercato della droga nella Madrid degli anni ’90. Ci viveva dentro, in una tenda da campeggio, completamente agganciato. Oggi, diversi anni dopo, guarito, vi torna ogni venerdì sera con i suoi amici del gruppo Bocatas per dare panini e accompagnare i tossicodipendenti di oggi. Come è uscito dalla droga è un vero e proprio trattato di ecclesiologia, di come Gesù ha fondato la Chiesa: facendo nuove amicizie.

Jesús, come è stata la tua infanzia?

La mia infanzia è stata buona, ma quando avevo 15 o 16 anni, non avevo autostima, non ero felice con me stesso. Non mi volevo bene. E il mio modo di aumentare l’autostima sono state le droghe, che mi rendevano più espansivo, era quello che pensava allora. Ho iniziato nei guai con il “cioccolato”, la marijuana, le pillole … a volte anche le spacciavo nella scuola.

C’era a chi piaceva leggere e andava in biblioteca, mentre altri se ne andavano al parchetto con gli amici a farsi le canne. A me, leggere annoiava, così ho cominciato a fare la seconda cosa. Sembrava più attraente, senza rendersi conto di quello che mi sarebbe successo dopo. Con una canna e un litro di birra mi sentivo un gallo, andavo da un lato ad un altro, parlavo con questo o con quello … non vivevo la semplicità.

Cosa ti mancava?

Mi mancava credere in me stesso, volermi bene, sapere che Dio mi ama e sapere che quello che vuole è un per me, anche se cose semplici e normali.

E col tempo ti sei messo lentamente in quel mondo…

Il problema è che le droghe ti chiedono sempre più di drogarti. Ti agganciano perché così scappi dai problemi, e poco a poco si sale gradualmente la scala di droghe. Inizi a prendere l’LSD, ti fai i trip, la coca, l’eroina… droghe già pesanti. E si arriva dopo un tempo in un circolo: quando vuoi mollarle è impossibile, hai bisogno di più droga. Sei agganciato. Il giorno in cui non ne hai sei fottuto.

Non puoi immaginare quanto sia duro il drogarsi, come fai soffrire gli altri, inganni tutti, la tua famiglia, le persone che ti vogliono bene…

Che cosa ti dicevano in famiglia?

sando, vicario y copito

Sandokan, Don José Luis Segovia (Vicario della Pastorale Sociale) e Don Jorge “Copito” a Bocatas

Quando avevo 34 anni i miei genitori morirono, a un anno di distanza l’uno dall’altro e così sprofondai un po’ di più. In quel momento ero già abbastanza agganciato alla droga. Gli volevo molto bene, anche a loro piaceva che stessi in quel mondo.

Avranno cercato di aiutarti…

Naturalmente, il fatto è che fino a quando non arrivi a capirlo, nessuno ti può aiutare. La gente a volte fa cose perché non si vuole bene. Questo è quello che è successo a me.

Lavoravi all’epoca?

Avevo un bar con dei soci, ma la vita non mi riempiva. Avevo denaro, ma lo sprecavo tutto a mio discapito. Invece di utilizzarlo per godere delle cose, per aiutare gli altri, per cose che davvero ti aiutano a vivere, quello che facevo era spenderlo nei vizi, facendo male a me stesso. Mi trovavo in una spirale per la quale più tardi, dopo la morte dei miei genitori, persi la bussola.

Succede che conobbi a degli amici che frequentavano il mio bar ma venivano a chiedere cibo, erano tossicodipendenti. Per cui comincia a provare la coca e l’eroina. Caddi nella trappola. Non sapevo godermi la vita: avevo i soldi, ma mi mancava la semplicità della vita. Non mi godevo una conversazione come questa; all’epoca riuscivo a parlare con te solo se dopo essermi fatto. Solo così mi credevo una persona.

Mi agganciai totalmente e sempre di più e di più. Fino al punto di andare a vivere nella baraccopoli, a quel supermercato della droga che era allora Las Barranquillas. Drogarsi costa caro, ne vuoi sempre di più e così mi rovinai. Quando fai fuori tutti i soldi e sei agganciato, quello che fai allora è andare a vivere nella baraccopoli, in una tenda da campeggio. Lasciai il mio lavoro, la mia casa e la mia famiglia.

Cosa facevi nella baraccopoli?

Fondamentalmente, cercare di guadagnarmi da vivere. Allora ti esce un istinto di sopravvivenza. Porti le persone che vengono ad acquistare dove sai che c’è la droga più buona. La gente arrivava in auto e ti chiedono: “Dov’è quella più buona?” E tu li portavi e poi ti pagavano in droga. Come me, un sacco di ragazzi facevano lo stesso. Ti pagavano con una micra (in gergo corrisponde a un microgrammo di droga, n.d.t), la dose minima, il necessario per combattere la scimmia.

sando, trunchez, nacho y chules

Sandokan, Trúnchez, Nachito e Chules

E così per tutto il giorno …

Certo, e anche lui sta vendendo carta d’alluminio, siringhe. O facevo da machaca.

Cos’è  questo del machaca?

Fare da machaca vuol dire arrangiarsi come si può lavorando per chi vendeva la droga: mettere mattoni, muovere cose … e ti pagavano direttamente con la droga. Di fatto, Valdemingómez è stata costruita grazie ai machacas; sono loro che hanno costruito tutte quelle case.

Come degli schiavi?

Gli davano un panino per tirare avanti e droga. E loro andavano e costruivano le case.

Madre mia…

Si tratta di una dinamica in cui la vita non ha più significato. Ciò che è basilare nell’essere umano passa in secondo piano; igiene, pulizia, cibo, basta mangiare dolci, colacao (latte e cacao, da una marca famosa, n.d.t) etc. Ho avuto un’ulcera del piede gigantesca e non me la curavo. Ci sono molte malattie. Io, per esempio, ho l’HIV, perché un giorno non mi ricordo come, ma ho condiviso una siringa. Quando hai la scimmia non pensi: “Vado a una farmacia.” Mi curo e sto bene. È più cronico.

Per quanto tempo hai vissuto in una tenda dentro Las Barranquillas?

Per dodici anni, cercando di arrangiarmi, su e giù, e con un grande disagio…

E poi sono venuti quelli di Bocatas…

Sapevo che venivano a Las Barranquillas ogni venerdì. Erano lì per dare da mangiare e offrire compagnia. Quello che volevo era compagnia, perché ho sempre avuto una mancanza di affetto, questo è quello che ho provato nella mia vita. Parlavo con loro e questo mi riempiva per tutta la settimana. Mi piaceva anche quando pregavano in cerchio e spiegavano perché erano lì. Mi sono reso conto che Dio ci ama, perché è venuto a coloro che vivevano nei tuguri, nella miseria più assoluta.

Ricordo i miei amici se ne andavano, prendevano da mangiare e dicevano: “Andiamo a rubare.” Ma io rimanevo. Ero sopreso, di stucco: “È possibile che esista così brava gente?”.

Come sei uscito dalla droga?

Sando, Cabello y Lucía en Bocatas

Sando, Cabello e Lucía a Bocatas

Devi chiedere al Signore. Devi desiderare. Guarda che io ci anche ricascato, sai?… Sono passato per diversi centri. Io so che il Signore mi vuole, ma anch’io devo mettere del mio. Lui c’è sempre, ma se non compio con la parte che spetta a me… Stando nella Chiesa ho imparato a chiedere aiuto, a rendermi conto delle cose, a riconoscere che non posso con tutto. A sapere in cosa vacillo.

Nella Chiesa ho imparato anche che la vita deve essere vissuta molto semplicemente, in modo semplice e naturale. Cominciare una casa dalle fondamenta, non dal tetto. E come la inizia la casa dalle fondamenta? Attaccandoti a buone amicizie, stando con persone che ti fanno bene. Un uomo da solo non può costruire la tua casa, la tua vita. Deve essere in compagnia di amici che ti aiutino. Io sono stato aiutato da Bocatas, Chules, Nachito, Catalá, Copito, Jesús, Silvia… e molto altri ancora. Dio esiste ed è presente, e qui sulla terra lo vediamo attraverso queste persone.

Se la vita è così bella, perché autodistruggersi? E se questo non lo vedi allora attaccati alle persone che lo vedono. Come sarà contento il Signore vede uno dei suoi figli crescere, che progredisce e si costruisce come una persona! Come è bello aver cura uno dell’altro! Per me, i miei amici sono un amore buono, un abbraccio di Cristo. Questo è ciò che rende la vita di significato. Oggi sono grato, ma la parola “grato” è poco.

Juan Luis Vázquez Díaz-Mayordomo
27 ottobre 2015

Mooooolto bene! Queste tre blogger hanno avuto l’opportunità di vivere, per una sera, ciò che l’associazione “Bocatas” fa da 18 anni. I volontari dell’associazione si ritrovano nel Corritmezzo della Cañada Real, a Valdemingómez, al lato una chiesa abbandonata per distribuire cibo e bevande ai tossicodipendenti che arrivano in questo luogo per comprare la droga. La nostra tappa era nel quartiere dell’Almudena, dove avremmo assistito ad una breve messa con i volontari che cominciavano ad arrivare. Dopo la messa, con le auto siamo andati a Valdemingómez. Una volta lì, abbiamo dedicato a preparare il cibo e ad allestire i tavoli affinché tutto fosse pronto. Rapidamente, i tossicodipendenti cominciarono ad arrivare per ricevere cibo e/o bevande. Durante la serata, abbiamo potuto parlare e intervistare Jesús Granados, un ex tossicodipendente ora volontario di Bocatas, “Sebas”, ex tossicodipendente e amico dei volontari, la volontaria Estíbaliz Garcia, volontaria e uno dei fondatori della Bocatas, Nacho Rodriguez. La serata si concluse con un falò, qualcosa che i volontari fanno ogni venerdì, attorno al quale si è pregato e reso grazie per quello che si ha. Smontarono il punto di ristoro e così terminò, un altro giorno, l’operato di questo grande associazione.

Fonte: Tocando fondo

SCRITTI BOCATERI

Una sera alla settimana, più di cinquanta amici montano i loro tavoli in un punto del percorso che centinaia di tossicodipendenti utilizzano per andare a rifornirsi di droga. Tra caffè e snack, il miracolo di preferenza, un affetto che nasce dalla carità.

Questa esperienza di 2000 anni accade di nuovo ogni venerdì notte al di fuori della baraccopoli di Las Barranquillas di Madrid. Chesterton affermava che un uomo che si converte al cattolicesimo, improvvisamente raggiunge l’età di due mila anni. E questo è Bocatas. Una caritativa che racchiude nel presente tutta la tradizione cristiana di generare opere che rispondono alle esigenze dell’uomo del proprio tempo, in particolare dei più deboli. Tutta questa ricchezza, contrariamente a quanto molti possano pensare, ci permette di rispondere alla droga, senza ridurli a un progetto o un numero, ma per quello che sono: uomini. Questo è il grande vantaggio del cristianesimo: che sa come sono gli uomini, di che cosa sono costituiti e il tipo di risposte offerte risponde molto bene alla condizione della vita umana. Per fare solo un esempio, perché per qualunque di noi è evidente  la somiglianza tra il tossicodipendente e noi, senza che vi sia una separazione netta, come si pensa di solito, tra le persone “normali” e “gruppi di persone socialmente escluse “? Prevale una stessa concezione della persona, riassunta in quello che la Chiesa chiama “cuore” e una stessa esperienza: la nostra miseria, l desiderio di vivere, la libertà che ogni uomo ha, sono essenzialmente presenti in noi stessi e in loro. Per questo Bocatas è un luogo adatto all’uomo: perché risponde a quello che è l’uomo e non all’immagine che abbiamo del “disadattato sociale”. Noi non rispondiamo a un gruppo marginale, ma a volti ben concreti, con i quali si intraprende una relazione, senza la quale tutto ritorna al nulla. Questa è l’esperienza quotidiana per loro, perché per il 99% una o due volte ne sono usciti dalla droga, ma se uno si riabilita ma rimane solo, vive nel nulla. E allora perché non ritornarci? Perché non rifarsi di nuovo alla grande? bocatas en veranoSe noi abbiamo trovato la risposta a questo cuore nella Chiesa, tutto ciò che facciamo è quello di proporre questa risposta, senza riduzioni, schemi o immagini. Quest’anno ci stiamo concentrando, ne più ne meno, nel presentarci nella società. Questo passaggio non è stato immediato, ma come tutti i passi che abbiamo preso finora è il risultato di una strada, un percorso della esperienza di questi 9 anni di Bocatas, senza immaginarci ciò che avremmo fatto, ma rispondendo alla provocazione lanciataci dalla realtà a ognuno di noi. Ci siamo costituiti in associazione e siamo entrati in contatto con varie organizzazioni e che potrebbero darci sovvenzioni. Si tratta di un passo che può essere visto da diverse angolature: di carattere sociale e di prestigio, per avere piç soldi per vivere più comodamente, per fare politica (molti lo fanno), etc. Tutti hanno la loro parte di verità, ma non tutta la verità. È facile in queste casi propendere per uno di questi punti di vista, anche senza che ce ne rendiamo conto. Il nostro punto di vista è un’esperienza unica. Venerdì scorso, alcuni di noi siamo entrati nella baraccopoli per vedere come era dall’interno quello che è un inferno. Al ritorno, c’era un tossico che usciva; camminava da solo, molto lentamente. Un’ora prima era da noi bevendo un caffè e un’ora e mezzo più tardi ripassò davanti a noi, appena prima di partire. Il fatto è che questo ragazzo, che avevo già visto qualche altro venerdì, mi ha particolarmente commosso; forse era anche uno dei più deboli della baraccopoli. Si tratta di una preferenza –come  in tutte le cose più importanti nella vita, tutto passa attraverso una preferenza– quella che io ho per questo amico, Pedro. Non so se le vedremo di nuovo, non so cosa ne sarà della sua vita, ma io me la gioco con questo volto, chiedo sussidi, vendo lotteria, mi faccio 140 km. Ogni venerdì, compro caffè, latte e tutto ciò che serve, avendo questo volto davanti a me. Un altro esempio: ne I Promessi Sposi di Manzoni, un frate chiede di entrare nel lazzaretto di Milano per prendersi cura degli appestati durante il dilagare della peste. A un certo punto, incontra un amico che non vedeva da tanto tempo. Per parlare con lui, chiede un altro fratello di prendersi cura dei suoi malati, “fatemi la carità, padre Vittore, di guardare anche per me, a questi nostri poverini, intanto ch’io me ne sto ritirato; e se alcuno però mi volesse, chiamatemi. Quel tale principalmente!” (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXXV, n.d.t.). Auguro che anche a tutti voi sia data questa inaudita preferenza che non scegli, che non ti costruisci, perché io non ho costruito il volto del mio amico Pedro, non avrei mai pensato, e non ho fatto nulla di speciale rispetto ad altri drogati affinché mi si concedesse questa tenerezza che arriva fino alla commozione e facilita notevolmente l’adesione a Colui per il quale merita la pena di vivere. Solo da questa rete di preferenze diamo questi passi. Anche il fatto di chiedere il denaro, anche il denaro è sottoposto a questo gioco, e la politica, e i progetti che si fanno e tutto il resto della vita. Solo per questo, amici, solo per questo.

Fonte: Huellas

http://issuu.com/ideasimprescindibles/docs/ideas_imprescindibles_revista_4_eeb2780118b58a/38?e=11164308/10585505

http://issuu.com/ignaciocabello/docs/expo_bocatas_2015

Quasi venti anni fa, alcuni giovani della parrocchia di San Jorge cominciarono ad andare nei sotterranei della calle Azca, vicino al Bernabeu per portare panini ai senzatetto e soprattutto ai tossicodipendenti. Più tardi cominciarono ad andare alla baraccopoli de Las Barranquillas, mentre attualmente alla Cañada Real di Valdemingómez. Un volontariato che nasce dall’incontro, come ci chiede Monsignor Osorio, con gli esclusi nelle baraccopoli. Anche questo venerdì, come ogni settimana, vanno per incontrarli. Abbiamo parlato con il presidente di questa associazione, Bocatas, Jesús de Alba.

Già venti anni, e voi fin dall’inizio andate in queste periferie sociali.

anteiguaSì, la verità è che sono vent’anni e se me lo dicessero ne rimarrei sorpreso, ma siamo un gruppo di amici che lo fa contento, con la freschezza del primo giorno e la positività di sapere che la vita è questo: aiutare per gli altri,  dare un po’ del proprio tempo, per lasciare che entri l’elemento gratuità nei rapporti. Questo è quello che permette di poter vivere in una società migliore.

Avere un motto, “Passione per l’uomo”, che ha un significato speciale per voi.

Certamente. Non solo si impara come aiutare i più bisognosi della nostra società, i poveri e i tossicodipendenti, ma anche, e soprattutto nel rapporto con loro, ci si rende conto che cosa sia essenziale per l’uomo, ciò di cui ha più bisogno, quello che più desidera. E questo ce lo ha anche insegnato Bocatas e questa caritativa nel corso di questi venti anni. Questo permette allora che uno apprenda a relazionarsi e ad avere questa passione per l’uomo, non solo durante la caritativa, ma in tutti gli ambiti, al lavoro, in famiglia, nei rapporti.

Quanti volontari siete e quale é la dinamica abituale del venerdì?

C’è sempre stato un zoccolo duro fatto da circa 50-60 persone. Io dico sempre che, a noi come un gruppo di amici, una delle più grandi sorprese che ci ha dato la vita sono questi venti anni di Bocatas, perché ci han consentito di incontrare centinaia di persone. Si tratta di un luogo completamente aperto dove la gente di tutti i tipi può venire, dagli studenti d professori nostri amici o gente più avanti con gli anni. Abbiamo incontrato un gruppo di amici, amici degli amici e così via. Poiché si è cento per cento liberi di stare con noi, tanto di andare come di non andare. Per noi come un gruppo di amici è stata la più grande ricchezza che ci sia mai capitata. Quello che facciamo è avviare una parrocchia che si trova a ovest di Madrid, la parrocchia di Santo Tomás. Di solito andiamo alla Messa delle venti, dopo di che andiamo tutti insieme alla baraccopoli. Lì cuciniamo un po’ di cibo, riscaldiamo pasta, facciamo il tutto con ciò che il Banco Alimentare ci da, per poi consegnare il cibo che abbiamo.

Questo è il gesto in origine, dare alimenti, ma accade una cosa molto più profonda: un rapporto con queste persone. Anche alcuni ex tossicodipendenti continuano a fare volontariato con Bocatas.

Anibal y Pepe

Aníbal, bocatero, e Pepe, tossicodipendente

Queste persone sono ciò che noi chiamiamo i gioielli della corona di Bocatas. Sono coloro che si battono come porcellini per lasciare uno dei mondi più duri che ci siano. Questi nostri amici fare uno sforzo veramente incredibile, enorme, e siamo lieti di essere con loro, di accompagnarli.

Ci saranno anche molti che quando arrivate già vi staranno aspettando. Molti dei quali avranno toccato il fondo e che vi aspettano come coloro i quali portano loro un po’ di speranza ogni venerdì.

Così è. L’obiettivo principale è quello di colmare un piccolo buco nel mondo della lotta contro la droga, che è sempre quello della relazione personale con queste persone. Ci sono molti mezzi, molte case di recupero, molti posti, molte cliniche,  ma ciò che non ha così chiaro è che ci siano persone disposte a offrire un rapporto, un’amicizia. In un certo modo, noi vogliamo colmare questo vuoto che portano nel loro cuore.

Monsignor Osorio appoggia il vostro operato perché coincide con il suo impeto di andare nelle periferie.

Siamo felici di avere questo vescovo e questo Papa perché hanno compreso appieno che gran parte del compito della Chiesa e del cristianesimo si gioca nelle periferie di questo mondo, tra le quali certamente Valdemingómez è una di loro, perché è un luogo nascosto a tutti e da tutto e quasi nessuno vi ci lavora. Uno, poi, ne ottiene un ritorno nella sua vita che è molto più grande di quello che può dare.

Avete intenzione di festeggiare questi venti anni in qualche forma speciale?

Sicuramente faremo una bella festa e prepareremo un paio di magliette per celebrare questo evento, perché è qualcosa che non capita tutti i giorni ed è per grazia di Dio. Non avemmo mai pensato a questo come a un progetto, né come a nostra volontà fare quest’attività da molti anni.

 

Fonte: Huellas
Mario Alcudia
13/10/2015 – Intervista trasmessa alla radio COPE

Gli autori di questo articolo sono un gruppo di amici che lavorano a un progetto chiamato Bocatas, nato dall’esperienza del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione. Al venerdì sera, distribuiscono cibo e bevande a tossicodipendenti ed emarginati di ogni tipo, che affollano quel grande supermercato della droga di  Madrid che è Las Barranquillas.

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Di fronte alle tragedie dell’Asia

Come non commuoversi davanti alla foto in  prima pagina dei giornali del 28 dicembre? Inevitabilmente, di fronte a fatti che ci superano, come lo tsunami in Asia, il cuore dell’uomo inizia una dinamica sui generis che inizia dall’accusare un impatto e finisce chiedendo il significato di questi fatti.

Tuttavia, tutto questo processo che viene generato può essere censurato perché, una volta che ti rendi conto che non lo puoi guidare, che non lo puoi controllare, e che è assolutamente contro dell’idea dell’uomo che moderno che impera nella società. Si sradica dall’uomo la capacità più umana, convertendolo in uno scettico anche per il resto di quelle cose di tutti i giorni che è la vita.

Un esempio di questa mentalità scettica è l’articolo di Rosa Montero nel El País di quello stesso giorno: “Ecco in che cosa abbiamo trasformato il Natale: l’apoteosi della demagogia, della simulazione e del sostituibile… Si cresce e si impara a mentire agli altri e ad ingannare se stesso. E non solo lo facciamo a livello individuale: ho la sensazione che anche la società è invecchiata e che oggi il chiasso, gli impacchettamenti e la finzione natalizia siano più che mai inconcepibili.”.

Vittadini, un nostro amico italiano, di fronte alla provocazione fattagli da una ragazza di 15 anni durante una conferenza, ha detto: “La nostra vita è inutile. Siamo una massa informe” definendo così l’ideologia del fondamentalismo occidentale, che nega ciò che il cuore sente, dicendo che non è vero. Questo è, nel in fondo, la vera dittatura, perché si censura il dato più originale ed umano.

Ad ogni modo, tutto questo tentativo non ci vede mai sepolti del tutto, come dimostra il fatto che El País mette in prima pagina anche questa foto, come dire: “Signori, la vita è tutt’altro che il mero politichese e interessi di parte”, oppure quando alla fine dell’articolo afferma: “nonostante questo, conviene continuare a guardare il cielo ogni tanto”.

Per coloro i quali arrivano a chiedersi il significato di ciò che accade (cristiani e non), il Natale può essere un inizio di risposta. Non è una idea di risposta, ma è Dio stesso che si è fatto uno di noi. Come don Giussani, fondatore del movimento cattolico Comunione e Liberazione, ha detto la scorsa vigilia di Natale: “nel ricordo e nella memoria di quel Fatto, la testimonianza del Figlio di Dio emerge ogni volta sempre più forte e l’impotenza del male diventa la figura dominante di tutta Storia”. Per rinnovare questa società invecchiata, don Giuss indica che: “Spetta al popolo cristiano la scommessa dell’agire di Dio nel tempo, e la preghiera alla Vergine che accada in tutte le circostanze.”

Siamo grati alla Chiesa che dice, in forza della ragione, la verità delle cose e su ciò che accade.

Gruppo Bocatas, 29 dicembre 2004
Fonte: Almudi

navidad15

[Mail di Chules]

Cari amici,

As-itis-iusual, inviamo programma dei festeggiamenti natalizi di Bocatas, con l’intenzione di passare dei bei momenti insieme.

1.- Sabato 24, ore 13:00, bar di Halid al lato della Parrocchia di Santo Tomás Apostolo (C/Portugalete, 2) vedi in maps.

2.- 31 Dicembre: ore 11.00 h C/ Pintor Rosales con C/ Marqués Urquijo per il tradizionale pellegrinaggio alla Cattedrale dell’Almudena, dove celebreremo messa, a seguire aperitivo mitico-epico (si richiede andare con ascia e armatura) al Bar Reyes, vicino a Plaza Castilla (vedi in maps).

3.- Vi giro due cose che mi hanno impressionato molto, di due metodi che abbiamo nella vita per poterla godere, qualunque sia il momento che stiamo attraversando:

– Intervista ad un sopravvissuto degli attacchi terroristici di Parigi:

Ieri è stata pubblicata la trascrizione di un’intervista radiofonica a uno che era stato tenuto in ostaggio nel  Bataclan dai terroristi per due ore e messo. A un certo punto, il giornalista gli chiede. «Cosa hai imparato da questa cosa così straordinaria che vi è successa?».« Che la vita è appesa a un filo, ed è necessario apprezzarla, e non c’era niente di più serio che il fatto che fossimo ancora vivi.» «Che cosa avete imparato da loro, dagli aggressori ?»  «Che avevano bisogno di un ideale che il mondo occidentale in cui vivevano –dato che erano chiaramente francese, parlavano in francese–, il mondo in cui vivevano non offriva loro. E hanno trovato un ideale mortale, di vendetta di odio e di terrore […]. Ma loro hanno capito troppo tardi che la vita era importante. Io oggi posso rendermi conto che ogni momento che trascorro con la mia famiglia […] è una benedizione. I  semplici momenti di una vita fanno parte delle più belle cose che possiamo avere, e di questo ci rendiamo conto solo quando succede questo tipo di shock, come quello che ho vissuto. Ho l’impressione di essere nato una seconda volta e voglio gustare questa nuova vita che mi è stata regalata».

Il video di Sando che un buon amico ha realizzato per fare gli auguri di Natale nella sua azienda. Fate caso a quando parla dei “momento di semplicità della vita”.

Il Natale partecipa di questo metodo: qualcosa di semplice, proprio sotto i nostri occhi, che a volte non lo vediamo perché non guardiamo. (come essere vivi o la realtà). Dio si è mostrato all’uomo allo stesso modo, con lo stesso metodo.

Abrazos a tutti.

Un anno dopo, Bocatas partecipa a Te invito a cenar (3ª edizione)

Te invito a cenar è una iniziativa promossa da diverse associazioni attive nel campo sociale, appartenenti alla Compagnia delle Opere, che sostengono persone che vivono ai margini della società e che lavorano per uno stesso obiettivo: rispondere alle necessità delle persone, condividendo con loro non solo i mezzi economici ma anche il senso della vita. L’iniziativa consiste in una cena per 800 persone, che avrà luogo il prossimo 27 dicembre nel Palazzo dei Congressi del Comune di Madrid (Avda. de la Capital de España 7).

Alla cena gratuita saranno invitati tutte le famiglie assistite, mentre i camerieri e il personale di pulizia saranno gli stessi volontari delle associazioni. Maggiori informazioni alla pagina www.teinvitoacenar.org.

teinvitoacenar

Alcuni membri di Bocatas durante la cena di “Te invito a cenar 2013”

Participare come volontario

Iscriviti come volontario compilando il form http://teinvitoacenar.org/alta.html  fino al 18 dicembre, facendo una donazione di 20 € che sarà interamente utilizzato per sostenere i costi dell’evento.

Come Collaborare?

– Pagando il conto di una delle persone che sono state invitate alla cena: 50 €.

– Sostenendo il conto di una tavolata completa. Gruppi di amici e gruppetti di fraternità possono pagare il conto di 10 persone. Questa opzione è per 500 € per tavolo.

– Facendo un’offerta o invitando aziende a patrocinare l’evento.

Il numbero di conto corrente per l’evento è : Banco Santander: 0049 – 0001 – 56 – 2010058858

Quest’anno è iniziato in Italia T’invito a cena!

NOTIZIE BOCATERE

Lettera del nostro amico Miguel, ex-tossicodipendente, dalla carcere di Soto del Real dove è stato rinchiuso per un anno, dopo averci conosciuto.

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“Ciaooo Pepe, come va tutto? Io sono qui a Soto del Relax (come si dice qui dentro… ahahah) [ndt: Soto del Real è il nome della prigione in qui si trovava, conosciuta dai carcerati come “Soto del Relax”

Fai arrivare queste carte a Cesar, sono quelli per la multa di 60 Euro per la tua bottiglia di vino. Gli dici che ho firmato per passare i 15 giorni qui, dato che l’idea è quella di uscire di qui pulito.

Se ti va, vai un venerdì al poblado  (Valdemingomez n.d.t.) e gli dai tutto questo a quelli di bocatas e leggi loro questo: Signori e Signore, Ragazzi e Ragazze, sono cosciente che sono con voi da poco tempo ma mi sento totalmente bocatero. Io, che quasi sempre ho vissuto in modo solitario e quando ero accompagnato non l’ho mai valorizzato, ora che sono rinchiuso qui dentro, mi si riempie lo spirito di pace, sapendo di essere parte di qualcosa di bello, disinteressato e pulito come bocatas. Mi sento accompagnato da voi quando, nel cortile, mi raggiunge la solitudine del Carcerato e non potete avere neanche idea di cosa sia. Spero di vedervi presto e già che ci sono ne approfitto per chiedervi di “scrivetemi per favore”. Vi dico anche che quando uscirò non mi riconoscerete neanche perché con la dieta che mi fanno fare, con le camminate in cortile, e le partite al 21 e il frontón (gioco spagnolo che ricorda lo squash, n.d.t.) mi sto trasformando in un figurino. Bene, un abbraccio a tutti e continuate ad essere così come siete.”

E qui, un paio di anni dopo, mentre racconta la sua vita nell’Università Carlos III di Madrid… “Guapament”…

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Nuestro gran amigo el Sebas murió el pasado 17 de julio de 2017 tras luchar contra un cáncer.

ÚLTIMOS Y PRIMEROS: EL TRÁNSITO DEL SEBAS

Ayer murió el Sebas. Mejor dicho, marchó a la Casa de la Vida. Convicción ésta que nadie nos puede arrebatar. Le conocí hace algo más de un año y nos vimos en contadas ocasiones; nada en comparación a los que han vivido con él. Le conocimos cuando conocimos a la gente de Bocatas, un grupo peculiar de cristianos que desde hace más de veinte años están por la Cañada Real compartiendo su amistad y sus bienes con los yonquis y otros hermanos malvistos por la mayoría.
Cruzarnos con los de Bocatas, Chules a la cabeza, ha sido para nosotros un regalo de Dios… Unos católicos que andan habitualmente con gente despreciada, que rezan y comulgan, que se comportan como ácratas espontáneos y festivos desechando formalidades burocráticas, la doma de las subvenciones y todo ese lenguaje repulsivo-administrativo por el que las personas, los hermanos, Mengana o Zutano… el Sebas, se convierten en “usuarios” para engrosar dossieres e informes elaborados tras la barrera de una mesa de despacho… Unos cristianos que están dejándose ensanchar el corazón para abrir los horizontes y acoger a quien sea de entre los últimos de nuestra tierra… Cruzarnos con cristianos creyentes, de lenguaje suelto, y no con los moñas estereotipados que copan la imagen sociológica de “los católicos”… eso no tiene precio…
En ese contexto conocimos al Sebas. Un antiguo yonqui protagonista de la fazaña de haber tenido un carnet de identidad cuyo domicilio era “Cañada Real s/n”, es decir, un hombre que ha conocido y vivido el pozo de las cadenas, del sufrimiento… La amistad de los bocateros, el ser mirado de otra manera, la presencia de Dios en todo este lío, hicieron el milagro: salió del pozo y se convirtió en imprescindible entre ese grupo de amigos medio locos. Y emergió la bondad.
Como digo, apenas le conocí. Pero sí tuve esa impresión que se tiene con pocas personas: el considerar un privilegio el ser meramente saludado con una sonrisa, el poder decir “le conozco”… Ahí hay un misterio, que el mundo no puede entender. En primer lugar porque el mundo es una mierda. No el proyecto de Dios sino las fachadas que nosotros creamos. Un misterio entonces, el que una persona despreciada por ese mundo sea adelantado del Reino de Dios…Antes de verle hecho polvo en la fiesta de los bocatas y en el hospital hace unos días, le vimos todavía sin caducar en Barcelona. Con su agujero traqueotómico reía a su manera cuando le comenté de lo peculiar de nuestra comunicación: yo, sordo como una tapia, y él, sin poder hablar. Un cromo, lleno de amistad y de alegría. Sebas, tío… ruega por nosotros

Fuente: Gerardo, en Disidencia

I nostri amici Santi e Ana, che abbiamo conosciuto nella baraccopoli di Valdemingómez ormai qualche anno fa, nel settembre del 2016 hanno decido di lasciare la droga e la vita della baraccopoli per ricostruire le loro vite. Da allora li abbiamo visti in un paio di occasioni e grazie a Dio stanno bene, contenti di essere nel centro di riabilitazione, con voglia di cambiare vita e darsi una seconda opportunità. Qui di seguito un po di foto…

Jaime e Cabello con Santi nella baraccopoli

Jaime Cabello y Santi

Cabello e Lucía con Santi a El Rastro img-20161204-wa0001

Cabello e Lucía con Santi e Ana

Santi y Ana

Cabello e Jaime con Santi e Ana in Ambite

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Nella sua undicesima edizione, nell’anno accademico 2006-2007, il Premio Ángel Herrera alla Solidarietà è stato assegnato a Javier Pérez España del Collegio Loreto Abat Oliba di Barcellona per ​​il progetto Bocatas BCN.

Il premio viene assegnato a persone o gruppi appartenenti alla Fundación Universitaria San Pablo CEU, che si siano distinti per la loro opera sociale. Il 25 gennaio scorso, in coincidenza con la celebrazione del patrono della Fondazione, si è svolta la consegna dei Premi Ángel Herrera. Quest’anno, il Premio Ángel Herrera alla Solidarietà è andato al progetto Bocatas BCN. Bocatas nasce originalmente a Madrid, dove gli appartenenti al gruppo dedicano parte del loro tempo ad aiutare gli abitanti della baraccopoli di Las Barranquillas. A Barcellona, ​​il gruppo nasce in modo spontaneo, in seguito ad un lavoro accademico. Il quartiere El Raval, nucleo dove si concentra un gran numero di disadattati sociali, è l’area in cui Bocatas BCN si muove ogni venerdì pomeriggio, distribuendo vestiti e cibo ai senzatetto. Il lavoro che questa organizzazione porta avanti nel quartiere storico di Barcellona contribuisce a migliorare le condizioni in cui vivono.

Algunos amigos de Bocatas Barcelona

Alcuni amici di Bocatas Barcelona

Oltre al Premio alla solidarietà, nella celebrazione di San Paolo sono stati congegnati i premi alle alte categorie hanno dato le altre categorie del Premios Ángel Herrera 2006-2007: Migliore Attività di Insegnamento nelle Scuole Medie; Miglior Studente di ogni Centro Universitario, Facoltà, Scuola di Formazione Professionale e Scuola Media, Miglior Attività di di Ricerca nei settori delle facoltà Umanistiche, Scienze Sociali, Scienze Sperimentali e della Salute, Politecnica e Creatività nei distinti ambiti; La creatività nei diversi tipi di letteratura, Pittura, Audiovisuale; per il Migliore lavoro operato tenendo in conto la la valutazione degli studenti. Fuente: Universia

ALTRI

Per la settimana di vacanza con Bocatas, tre di noi abbiamo preparato un atto su Antonio Vega, raccontando la sua vita, il suo percorso e il contenuto delle sue canzoni. Questi sono i contenuti dell’atto. Speriamo vi piacciano. que-mis-dias

1. Introduzione

http://bocats.org/wp-content/uploads/AV/entrevista_wyoming.mp4 Antonio Vega è stato un grande cantautore e poeta che attraverso le sue canzoni esprime quello che pochi musicisti hanno saputo raccontare. Cantò l’amore e il disamore, l’allegria e la tristezza, alla luna e alle stelle, all’oceano e al sole, agli angeli e ai giganti, al ragazzo e all’anziano, alla moglie e al cammello, ai suoi genitori e ai suoi amici, all’essere mondano e al potere divino, ai suoi eroi e alle eroine, alle sue paure e passioni, ai sogni e agli incubi, agli altri e a se stesso, alla luce e alla notte scura, alla tranquillità e alla pazzia, all’infinito e alla nostalgia, ai suoi più profondi desideri e all’impotenza che tutti abbiamo provato, in qualche modo, davanti al nostro abisso interiore. Cantò, in definitiva, a quel grido che nasceva dal più profondo del suo essere, quelle note uniche e irripetibili che, come un pedale di basso in ostinato, suonava in modo costante nel suo cuore. E così, cantando al suo cuore, arrivò al cuore di molti di noi, suonando e facendo vibrare quelle corde recondite che liberano in noi un mare infinito di emozioni. https://www.youtube.com/watch?v=JsGHHh7xE4g lucha-de-gigantes-3 Lotta di giganti esprime la lotta interna che Antonio e tutti noi possiamo avere in tanti momenti della nostra vita, quella sensazione di fragilità mentre affrontiamo certe situazioni o mentre cerchiamo il nostro posto in un mondo così grande. «Lotta di giganti, converte l’aria in gas naturale», come a dire, che la lotta contro i propri nostri giganti interni che abbiamo, converte l’aria (quello di cui abbiamo necessità per vivere e essere presenti da tutte le parti) in gas naturale (un gas che non possiamo respirare, che ci asfissierebbe); per cui, quelle lotte interne che abbiamo convertono l’aria, la vita in qualcosa che ci asfissia, ci genera angustia. È una sensazione di sentire che stai affogando in mezzo alle onde di un mare in tempesta. «In un mondo fuori dal comune sento la mia fragilità». È così facile vedersi piccoli e solo di fronte all’enormità del mondo che poi arrivare a sentire nemici invisibili e «fantasmi terribili» da tutti i lati fino al pinto di “non sapere contro chi stai andando” o se vai da solo con qualcun altro al tuo lato. «Mi fa paura l’enormità dove nessuno ascolta la mia voce». Antonio prova paura perché non ha la certezza che in questa enormità che lui percepisce, ci sia qualcuno che, ogni giorno della sua vita, possa ascoltare la sua voce. Ha panico della solitudine. È, per così dire, la “lotta tra i due giganti” che ognuno portiamo dentro: quello che ha paura del suo abisso interiore e dell’enormità del mondo e che preferisce che tutto sia una menzogna, «un sogno tonto e niente più», e l’altro gigante che riesce a vincere queste paure e che preferisce desiderarlo tutto. Questo gigante, quello che lo desidera tutto, nell’ultima frase della canzone dice all’altro: «lascia che passiamo senza paura». È Antonio che parla questi giganti che si porta dentro: da un lato esprime questa paura che può sentire in molte occasioni e d’altro canto il desiderio di liberarsi di questa vertigine per poter “passare senza paura.

2. Gli anni della Movida e Nacha Pop

Antonio si approccia alla musica durante l’adolescenza, quando impara a suonare la chitarra imitando i suoi fratelli e comincia a trovarsi con altri amici per suonare cover delle canzoni del momento. Finito il Liceo Francese, si inscrive a due facoltà universitarie ma passava tutto il tempo a suonare la chitarra e alla fine lascia gli studi. Al termine del servizio militare –durante il quale compose la famosissima Chica de ayer entra nel gruppo di suo cugino Nacho. Comincia così la sua carriera musicale con i Nacha Pop, uno dei gruppo pop-rock più rappresentativi della Movida Madrileña degli anni 80. Nacha Pop si mantiene sulla cresta dell’onda fino al momento del suo scioglimento nel 1988, scioglimento dovuto a molte ragioni, fra le quali dobbiamo segnalare la dipendenza di Antonio alle droghe oltre che, soprattutto, le crescienti differenze fra Antonio e suo cugino Nacho García Vega. La gioventù della fine degli anni 70 si resero protagonisti, con l’avvento della democrazia de della libertà, di una rivoluzione culturale che ebbe il suo principale riflesso nella music pop, rock e punk. Madrid cominciò a vivere di notte, i bar si riempivano e apparivano gruppi dietro ogni angolo. L’ansia di ampliare orizzonti e accumulare esperienze portò molti giovani che volevano vivere diversamente dai propri genitori a provare le droghe che, rapidamente, si resero popolari. E Antonio non fu diversamente. Conobbe l’eroina ai 22 anni con amici e la sua fidanzata Teresa, con la quale si sarebbe poi sposato a 29 anni. Per lui, la scoperta dell’eroina fu qualcosa di sorprendente, una serie infinita di esperienze e un torrente di sensazioni nuove. http://bocats.org/wp-content/uploads/AV/drogas.mp4 Ora ascoltiamo Se dejaba llevar por ti. «Il testo parla di eroina, ma non smette di essere una canzone di amore. Una canzone di legami come dice lui, ma anche una storia di esseri umani. Una generazione intera, ad un certo punto, si innamorò ferocemente di lei. La gran maggioranza non ne uscì indenne da questa relazione, allo stesso modo in cui non se ne esce indenni dalle relazioni sentimentali». https://www.youtube.com/watch?v=br5GBq3MeRs

3. Non se ne andrà domani

antonio_vega-no_me_ire_manana-frontalNacha Pop finisce, Nacho García Vega forma un gruppo con Carlos Brookling, mentre Antonio rimane fuori dal mondo della musica, si rinchiude in se stesso e comincia a non uscire né a lasciarsi vedere, non usciva di casa se non per farsi. Trascorre così tre o quattro anni, senza fare musica e molta gente comuncia a darlo per morto. Si parla di “quel ragazzo triste e solitario” che, una volta terminato Nacha Pop, era caduto nell’anonimato e nella inattività; come a mettergli la data di scadenza. Allora nel 1991, Antonio pubblica il suo primo disco come solista.No me iré mañana, una forma di richiamare l’attenzione di tutti quelli lo davano per finito, per dire loro “ehi, guarda che sono ancora qui e non me ne andrò domani, che farò musica per ancora molti anni”. Ora, ascoltiamo Esperando nada, un pezzo che «racconta lo stato di relata el estado de assenza di gravità che ho passato senza musica» e che descrive l’incertezza dell’attesa permanente, quella malinconia di presumere che la maggior parte delle volte non c’è nulla per cui valga la pena attendere. https://www.youtube.com/watch?v=JMrwduRiQuI Nel ritornello di Tesoros dice: «Suona una sveglia, e lui da la vita, senza essere Dio, per una antica vocazione». Sta parlando di suo padre che era medico e che tutte le mattine si alzava molto presto per andare nel suo ambulatorio. https://www.youtube.com/watch?v=k4yJ0ppyMy8

4. Radici famigliari

familia-collage3Ci sorprende come Antonio, nonostante la dipendenza dalle droghe – coloro i quali conosciamo fra quelli che stanno nella baraccopoli tagliano totalmente la relazione con la famiglia, pensiamo a Sandokan, che ha ritrovato la sua famiglia solo un paio di anni fa – e vagando da un posto all’altro, ha sempre mantenuto un forte legame con la sua famiglia, sia con i suoi cinque fratelli –due dei quali morirono prima di lui–, specialmente con Carlos, che nei momenti più duri della dipendenza lo aiutò molto, come con i suoi genitori che lui amava moltissimo. http://bocats.org/wp-content/uploads/AV/mariluztalles.mp4 «Da loro imparai a parlare, imparai allora a scrivere; da loro imparai a scrivere, necessitavo cantare, da loro imparai a canare, allora necessitai cantare a loro». Antonio dedica loro questa canzone, Hablando de ellos. Il testo è sublime: «Trovai in loro due la guida della mia emozione Hallé en los dos a los guías de mi emoción sboccata». http://bocats.org/wp-content/uploads/AV/hablando_de_ellos.mp4

5. Il desiderio nell’immaginario di Antonio

Una delle cose che più ci piace di Antonio è il desiderio così grande che ha. Niente gli basta, però allo stesso tempo si meraviglia di tutte le cose, dell’universo, delle stelle, dell’oceano, delle montagne. È sempre in giro, quando non suona la chitarra sta costruendo modellini di treni o smontando batterie di auto. Era un culo inquieto (espressione gergale per dire che era sempre in movimento, n.d.t.); di fatto quello che faceva era dormire 15 minuti ogni 4 ore di lavoro, conduceva una vita disordinata. Nácho Béjar, chitarrista della band, racconta che in una occasione Antonio gli disse «Nacho, sai che c’è? È che a volte il mondo mi sta stretto; nonostante sia grande, questo pianeta mi rimane molto stretto». http://bocats.org/wp-content/uploads/AV/deseo_insaciable.mp4 Quando gli domandano come nascono le canzoni, lui risponde che nascono da lui senza che lo decida, non è qualcosa che programma ma che è come una forza esterna, qualcosa fuori dal suo controllo, qualcosa fuori di lui, che lo attraversa e che, allora, nascono le canzoni. Non è che lui ha l’intenzione di fare canzoni per fare canzoni, gli escono da sole. Ha un dono e si mette al servizio degli altri. È sempre disponibile per gli altri ed è un tipo generoso, se qualcuno dei suoi amici ha bisogno di  qualcosa o se pensa che qualcosa possa fargli piacere, lo compra e glielo regala. “Oh, Antonio. Che belle le tue scarpe” e lui, all’indomani, gliele avrebbe date. È un tipo semplice che non si fa problemi con le cose. Quando deve formare una band nel 91, arriva Nacho Béjar che gli dice “mi piacerebbe suonare con te, mi fai un provino?” e gli dice “non ho bisogno di farti un provino, sei dentro”. Lo stesso con Basilio, che gli si avvicina e mentre gli dice “Senti Antonio, ho sentito che hai bisogno di un tastierista, io potrei…” Antonio stava già dicendo al suo manager “Prendi i dati del ragazzo che entra nella band”. C’è una frase di Antonio che richiama molto la nostra attenzione, quella dove parla del suo dono per la musica come parte della vocazione:

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«Io penso che ognuno di noi abbiamo qualcosa e che in qualcuno si manifesta in un modo e in altri in un altro, ma che tutto abbiamo qualcosa, che qualcuno lo scoprirà e altri no. Qualcuno avrà la fortuna di fare quello che ci emoziona, di fare quello che ci piace fare, di fare quello a cui vogliamo dedicare la nostra vita e con questa garanzia di futuro, che in definitiva, è qualcosa che chiamiamo vocazione, o qualcosa che chiamiamo spirito innato».

In un’altra occasione dice la seguente cosa: http://bocats.org/wp-content/uploads/AV/existimos.mp4 Ora ascoltiamo un’altra canzone di Antonio che esprime molto bene questa posizione di apertura e predisposizione alla vita, di volerla vivere: «Ed io per questo vivo il alla giornata. giornata semplice, chiara, vivo a meno senza temori, senza il timore di goderne». http://bocats.org/wp-content/uploads/AV/estaciones.mp4

6. «Quante volte ti sei innamorato? In modo appassionato, due»

antonio_y_teresaUno dei punti più importanti nella vita di un uomo sono le donne e Antonio ne ebbe due: Teresa y Marga. Quando gli chiesero quante volte si era innamorato, lui rispose «In modo appassionato, due. Con Marga fu qualcosa di malato. Con Teresa non fu tanto esplosivo, fu molto appassionato e molto profondo ma non esplosivo. Quello con Marga fu tachicardico, scottante». Conobbe Teresa da giovane, cuando estrambi vivevano a La Piovera. Ai 21 cominciarono a uscire insieme, e rimasero fidanzati fino ai 29, quando si sposarono. Le dedicò canzoni come Elixir de juventud, così come i seguenti versi:

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«…mi considero fortunato / la vita mi ha dato delle mani / degli occhi, un cuore, un cervello / con quelle riconosco la tua pelle / con quei due venero e ammiro la tua figura / il cuore è come lo scrigno dove ti guardo / con l’ultimo, sono sicuro che non vivo una fantasia ma il sogno di incontrarti. Per sempre». Antonio

Fin dal principio la sua relazione fu attraversata dall’eroina: «Dell’elisir di giovinezza bevemmo insieme promettendoci la vita». Più volte provarono insieme a uscirne dalla droga ma senza mai riuscirci, fino a che Teresa, dopo 18 anni di vita insieme, capì chiaramente che se voleva lasciare il cavallo doveva lasciare anche Antonio, e così fu: lo lasciò per una questione di sopravvivenza. Dopo l’abbandono di Teresa, nel 1996 Antonio cominciò ad avere una più stretta relazione con Marga, che allora lavorava nella compagnia discografica di Antonio. Senza rendersi conto, quello che c’era fra di loro si trasformò in una storia dia amore dove i ognuno dei due si diede all’altro immediatamente e in forma incondizionata. Marga fu un mulinello, che riempì Antonio di speranza:

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«In un tempo senza fede e carni ferite / riempisti la mia attesa di speranza / e fu la tua carità di certezze lancia / trasfondendo la mia pelle sbiadita. // Nella notte dolorosa della mia figa / spegnesti il mio male con la tua bonanza / e certa fu la valle della tua temperanza / con la mia pena certa e  presagita. // Di baci svuotasti il mio salvadanaio / riempisti la mia bisaccia di consolazione / bevendo il fiele della mia tristezza. // Quando cesserà la croce del mio calvario / dove conserverò cotanta vigilanza / tanta prova di amore, tanta tenerezza?»

Antonio scrive questa canzone per lei, Seda y hierro, che si riferisce alla sua forza, alla sua identità. il suo darsi e la sua disposizione. Termina dicendo: «Vorrei che la mia mano fosse la mano che intagliò il tuo petto blando in materiale duro». Sta riconoscendo la genialità di colui che ha creato Marga; di fatto vorrebbe essere quello, perché riconosce una perfezione in lei. Per la prima volta, la perfezione che trovava nell’Universo, appare vicina, incarnata. https://www.youtube.com/watch?v=QwfuwcDHq6Y

6. 3000 Notti con Marga

Nel febbraio del 2004 Magda muore per una paralisi celebrale e Antonio entra in depressione: «Quando morì  Margarita cadetti così in basso che volevo affondare, ero assolutamente disperato, disperato, disperato, non ci sono parole per descriverlo, non c’è parola umana che possa neanche avvicinarsi allo stato in cui mi trovavo. Assolutamente perso, con un dolore terrificante, orribile, non c’era giorno, e fino a poco tempo fa, non c’era giorno che non scoppiassi a piangere disperatamente quando la ricordavo, disperatamente». Il suo caro amico Basilio gli propose lavorare a un nuovo disco dedicato a Marga, e questo lo fece rialzare: 3000_noches2 «Verso la fine del mese di giugno del 2004 , dopo aver passato per il peggior momento della mia vita, senza dubbio, cominciò l’avventura di questo ‘3000 noches con Marga’. Con veemenza malata, mi sommersi in una dedicazione incessante nel mio lavoro. Scrivevo, correggevo e davo forma, una ad una, ai pezzi che compongono quest’opera in un momento nel quale, come oggi, il mio cuore si trovava tracimante di dolore. Tuto girava attorno alla figura di Margarita del Río Reyes, la donna che mi diede tutto a cambio di niente e alla quale ho consacrato la mia vita intera. Quello che mi rimane della vita». «Realmente, lei mi lasciò assolutamente pieno di amore, mi lasciò un cuore pulito e i meccanismi dell’amore attivi e ho la sensazione di essere completamente innamorato di lei e sono nella situazione che ha qualcuno che è innamorato di qualcuno, anche se non lo è, ma io ne sono innamorato. In un qualche modo, è una forma di stare permanentemente con me stesso, perché se ne andò e mi lasciò pieno, mi lasciò amore sufficientemente per poter continuare ad amarla per tutta la vita».

«Affogo nel dolore del tuo ricordo assente Dalla mia gola annodata, la mia solitudine precoce Stanco di cammini che non conducono a niente Fino a dove porta la vita? Da dove viene la morte? Tutti i giorni ho pianto la tua partenza E l’ho fatto da solo E solo grido il tuo nome Impegnato a pronunciarlo E a fare di ieri, il domani E del domani, il presente…»

caminos-infinitos2Ora, da questo disco, ascoltiamo Caminos infinitos, Non avrei mai scritto il testo di questa canzone se non avessi dovuto passare per quel buco così grande che è stata la morte di Magda. Pubblicare l’album Noches con Marga è per Antonio l’opportunità di superare il profondo dolore che l’aveva invaso: gli si apre la porta per andare avanti e scoprire dei percorsi infiniti, come recita il testo. Nella seconda strofa vediamo come la morte di Magda obbliga Antonio a ricominciare di nuovo: «Dalle ampie strade allo stretto pertugio, dall’accendino al primo fuoco, dalla cima alla fossa», come a dire, tornare sempre all’origine: dalle ampie strade, l’autostrada ad un pertugio stretto dove sia più difficile circolare; dell’accendino usato il primo fuoco della storia. e dal vertice più alto al buco di depressione, il più basso. Dopo aver descritto questo buco, che presuppone la necessità di ricominciare, Antonio afferma che, nonostante il dolore e la difficoltà, esistono vie infinite per ricominciare e riprendere le sue origini –e cita canzoni della sua epoca con i Nacha Pop–: per incontrare una luz de cruce (fa riferimento ai lampioni che illuminano gli incroci stradale) che lo guidi nella vita, señal de bus un altro cartello stradale della fermata autobus, e per recuperare ad ogniuno la propria ragione e lis disorientata abitaziome, cioè le origini, la quotidianietà, la sua vita.vida. https://www.youtube.com/watch?v=iyGnCspKPOw

7. La Morte di Antonio

«…ormai non più lontana, si avvicina l’attesa primavera. una di queste sere, Antonio Vega si trovava a Cercedilla, il paese della sierra di Madrid dove viveva già da un anno. ha vissuto molte volte nella sierra nord ed è un clima che gli piace. In zona vivono molti altri musicisti. Se uno non deve timbrare tutti i giorni in ufficio ed ha un lavoro con orario flessibile può permettersi il lusso di fare le valigie e sistemarsi in uno dei tanti paesini della sierra di Madrid, in quella area scelta da Felipe II per lasciare il segno del suo passaggio in questo mondo. Quella sera, Antonio era andato a casa di Anye Bao per provare a far partire la sua moto. Era parcheggiata fuori da casa sua già da un paio di settimane e oggi era il giorno scelto per recuperarla. Lo accompagnavano Basilio Martí e David Bao, il figlio di Anye che –como suo padre e suo zio Pepe– era un musicista spettacolare che continuava la stirpe professionale famigliare. El caso era che questi tre tentano di tutto per far partire la Custom 650 di Antonio che l’aveva lasciato a piedi, ormai da un paio di settimane. L’inverno era già stato abbastanza favorevole. i concerti del tour nei teatri era un successo e l’ultimo concerto, a Bilbao, era stato un successo. La band perfettamente composta, dei grandi musicisti e Antonio, sia musicalmente che con la voce, meglio non poteva essere. È una realtà da molto tempo che la musica di Antonio è all’apice. Negli ultimi anni ha dato passi da gigante in quanto a tecnica de definizione con lo strumento. Da qualche giorno Antonio ha smesso di fumare. Ora non respira altro che aria. Quello che si potrebbe considerare come un buon segno, in realtà, è tutto il contrario ma per il momento è visto con gioia da tutti. Antonio monta in sella e aspetta che Basi e David spingano la moto quel tanto che basti per mettere la seconda di colpo e così farla partire. La moto pesa per lo meno 200 kg e sul piano non è facile prendere sufficiente velocità. A metà dell’operazione, suona un all’allarme. –Ferma, ferma, sono molto stanco. I due scudieri si mettono a ridere. –Immagina noi, che siamo quelli che stiamo spingendo! –No, seriamente. Sono molto stanco. Un’altra volta polmonite. Ora non si ride più. Per lui c’è un ricovero all’Ospedale 12 de Octubre e cattive notizie. La polmonite è severa. […] Ci sono metastasi nelle ossa delle costole che in breve si propagano ovunque. Non appena i medici confermano la diagnosi, Antonio dice loro che sono già in ritardo con le cure. È sicuro che una volta sconfitta la malattia, tutto tornerà alla normalità. È stato troppe volte al limite come per dare troppa importanza alla cosa. «Ne ho scampate di peggiori» dice quando gli chiedono. […] E il suo corpo, que corpo capace di resistere all’irresistibile, che era riuscito a uscirne arioso da decenni di eccessi, questa volta non ce la fece e si arrese di fronte all’avanzare del veleno. I peggiori timori vengono confermati. I medici possono fare ormai ben poco. L’unico, alleviano come possono il dolore. I giorni seguenti sono terribili. Antonio si consuma a un ritmo vertiginoso. Dorme la maggior parte del giorno e, quando si sveglia, appena ha forza sufficiente per parlare. Ormai non gli resta molto tempo. A Mari Luz le si spezza il cuore nuovamente. Si dice che quanto più ti voglia bene, tanto più soffri. Antonio non vuole separarsi neanche un minuto dai suoi fratelli. La famiglia gli si fa attorno e rimane con lui, accompagnandolo, animandolo ogni volta che apre gli occhi e si sveglia, anche solo per qualche secondo. I medici non capiscono come sia possibile che riprenda conoscenza per la quantità di morfina e sedativi che prende. La mattina del 12 maggio Carlos e Cristina sono nella camera di antonio, Queca, l’ultima fidanzata di Antonio, si trova anche lei nella stanza ma è semi addormentata sulla poltrona. Sanno che la fine si sta avvicinando. Antonio Come se sapesse che Laura non era ancora arrivata, la aspetta. Quando Laura entra e i quattro fratelli sono riuniti, la frequenza nella respirazione di Antonio comincia a diradarsi. Carlos sussurra all’orecchio del fratello cose che sanno solo loro due. In quel momento, Antonio muove la testa dando un ultimo  respiro e una lacrima scende dai suoi occhi chiusi». http://bocats.org/wp-content/uploads/AV/audio_madre.mp3 «Cosa succederebbe se Antonio fosse una persona sana, viva, brillante, lucida e integra? Si distruggerebbe il mito? Già non sarebbe bella la leggenda? Questo es quello che io voglio, che si distrugga il mito, che rompa la leggenda. Molti resteranno disillusi per rendersi conto che in un futuro non molto lontano la cosa prenderà fascino, diventerà un mito e una leggenda maggiori che passeranno sopra tutto questo. Per terminare, ascoltiamo la canzone pù rappresentativa di Antonio, che esprime quel posto nel quale il cuore di uno: El sitio de mi recreo. https://www.youtube.com/watch?v=pvAefDPK11c el-sitio-de-mi-recreo

Eric Clapton è uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi, con le sue potenti canzoni ha affascinato tutti gli amanti del blues-rock. Come la stragrande maggioranza di coloro che ha vissuto nel mondo della musica e, soprattutto, del rock n ‘roll, Clapton è caduto nella droga, specialmente eroina, cocaina ed alcol. Fortunatamente, Clapton riuscì ad uscirne e continuò ad esserne “pulito” durante la sua vita e la sua carriera. Qui lascio un passaggio della sua autobiografia dove racconta una esperienza molto bella, quando una notte, in un centro dove si stava disintossicando dall’alcol, afflitto da solitudine e in profonda disperazione cadde in ginocchio, pianse e si arrese. È il racconto della sua conversione. Anni più tardi scrisse una delle sue migliori canzoni: Holy Mother, dedicata a una Madre alla quale, in ginocchio e disperato, è costretto a chiedere aiuto a forza di urla e di riff di chitarra disperati. Ne vale la pena. Ascoltate la canzone, leggete il testo e leggere ciò che racconta Clapton di quella notte buia durante la quale dovette inginocchiarsi davanti al Mistero e chiedere aiuto alla sua Holy Mother.

Holy Mother, where are you?
Tonight I feel broken in two.
I’ve seen the stars fall from the sky.
Holy Mother, can’t keep from crying.

Oh I need your help this time,
Get me through this lonely night.
Tell me please which way to turn
To find myself again.

Holy Mother, hear my prayer,
Somehow I know you’re still there.
Send me please some peace of mind;
Take away this pain.

I can’t wait, I can’t wait, I can’t wait any longer.
I can’t wait, I can’t wait, I can’t wait for you.

Holy Mother, hear my cry,
I’ve cursed your name a thousand times.
I’ve felt the hunger running through my soul;
All I need is a hand to hold.

Oh I feel the end has come,
No longer my legs will rise.
You know I would rather be
In your arms tonight.

When my hands no longer play,
My voice is still, I fade away.
Holy Mother, then I’ll be
Lying in, safe within your arms.

Traduzione

Santa Madre, dove sei?
Stanotte mi sento spezzato in due
Ho visto le stelle cadere dal cielo
Santa Madre, non riesco a smettere di piangere.

Oh, ho bisogno del tuo aiuto in questo momento
Fammi superare questa notte solitaria
Ti prego dimmi quale strada prendere
Per ritrovare me stesso.

Santa Madre, ascolta la mia preghiera
In qualche modo so che sei ancora qui
Ti prego inviami un pò di pace nella mente
Cancella questa sofferenza.

Non posso aspettare, non posso aspettare, non posso aspettare ancora a lungo.
Non posso aspettare, non posso aspettare, non posso aspettare per te.

Santa Madre, ascolta il mio pianto
Ho bestemmiato il tuo nome migliaia di volte
Ho sentito la rabbia correre nella mia anima
Tutto ciò di cui ho bisogno é una mano da stringere.

Oh, sento che la fine é venuta
Le mie gambe non correranno più per molto
Sai che preferirei essere
Nelle tue braccia stanotte.

Quando le mie mani non suoneranno più,
La mia voce sarà ferma, io svanirò.
Madre Santa allora giacerò
Al sicuro nelle Tue Braccia.


«Tuttavia, come avevo fatto la prima volta, nel mio mese di trattamento ho avuto molte ricadute, segnavo appena i giorni, sperando che qualcosa sarebbe cambiato in me senza che io dovessi fare molto affinché succedesse. Poi un giorno, come la mia permanenza stava volgendo al termine, fui assalito dal panico, e mi resi conto che in realtà niente era cambiato in me, e che stavo tornando nel mondo completamente senza protezione. Il rumore nella mia testa
era assordante, e il bere era nei miei pensieri per tutto il tempo. Rimasi scioccato perché mi resi conto di essere in un centro di riabilitazione, si suppone un ambiente sicuro, ed io ero in serio pericolo. Ero assolutamente terrorizzato, totalmente disperato.In quel momento, quasi di loro iniziativa, le mie gambe cedettero e caddi in ginocchio. Nella solitudine della mia camera supplicavo aiuto. Non avevo idea a chi stessi pensando di parlare , solo sapevo che ce la facevo più, non avevo niente contro cui combattere. Quindi mi ricordai quello che avevo ascoltato sull’arrendersi , qualcosa che pensavo non avrei mai potuto fare, il mio orgoglio proprio non l’avrebbe permesso, ma sapevo di mio non avevo intenzione di farlo, così ho chiesi aiuto, e, cadendo sulle mie ginocchia, mi arresi.

Nel giro di pochi giorni mi ero reso conto che qualcosa era successo per me.
Un ateo direbbe probabilmente che è stato solo un cambiamento di atteggiamento, e in qualche modo ciò è vero, ma c’era molto di più di questo. Avevo trovato un posto a cui rivolgermi, un posto che avevo sempre saputo esserci, ma che mai nel quale avevo veramente voluto essere, o cercato di credere. Da quel giorno fino a questo, non ho mai smesso di pregare al mattino, in ginocchio, chiedendo aiuto, e di notte, per esprimere gratitudine per la mia vita e, soprattutto, per la mia sobrietà. Ho scelto di inginocchiarmi perché sento il bisogno di umiliarmi quando prego, e per il mio ego, questo è il massimo che possa fare.

Se ti stai chiedendo perché faccio tutto questo, vi dirò … perché funziona, così semplice. In tutto questo tempo che sono stato sobrio, mai una volta che abbia seriamente pensato di farmi un drink o di drogarmi. Non ho alcun problema con la religione, e sono cresciuto con una forte curiosità per le cose spirituali, ma la mia ricerca di un viaggio interiore mi ha portato via dalla chiesa e dalla vita di comunità. Prima ha iniziato il mio recupero, trovavo il mio Dio nella musica e nelle arti, in compagnia di scrittori come Hermann Hesse, e di musicisti come Muddy Waters, Howlin ‘Wolf, e Little Walter. In qualche modo, in qualche forma, il mio Dio era sempre lì, ma ora ho imparato a parlare con lui».

Eric Clapton, Clapton: L’autobiografía, Sperling & Kupfer, 2008, pp. 237-238.